Basta una riga per capire in che mani ti sta mettendo un romanzo. «Ho aperto la porta e ho capito che qualcosa non andava» ti porta dentro la testa di chi parla. «Anna aprì la porta e capì che qualcosa non andava» ti tiene a una distanza diversa, quella di chi osserva da vicino. La storia è la stessa, l'effetto no.
La scelta del punto di vista è una delle prime che fai quando scrivi un romanzo e una delle più difficili da correggere dopo, perché tocca ogni frase: che cosa il lettore può sapere, da chi lo viene a sapere, con quale voce. Cambiarla a metà lavoro significa quasi sempre riscrivere, non ritoccare.
Qui trovi le opzioni principali con i loro pregi e i loro limiti, il peso del tempo verbale, gli errori che si incontrano più spesso nei manoscritti e un esercizio per decidere con la pagina davanti, non per sentito dire.
Prima persona: la voce prima di tutto
Nel romanzo in prima persona la storia è raccontata da un «io», di solito il protagonista, ma può essere anche un testimone che racconta le vicende di un altro.
Che cosa guadagni
- Vicinanza. Il lettore sta dentro pensieri, giudizi, ossessioni e contraddizioni di chi racconta, senza intermediari.
- Voce. Il modo di parlare del narratore diventa esso stesso un personaggio: lessico, ritmo, ironia, reticenze.
- Ambiguità. Un narratore che vede le cose a modo suo permette di giocare con ciò che racconta e ciò che tace.
Non ho sentito la porta. Ho sentito solo il silenzio dopo, quello che arriva quando qualcuno se n'è appena andato e tu fingi di non accorgertene.
Che cosa perdi
- La conoscenza è limitata. L'«io» sa solo ciò che vede, sente, deduce o gli viene riferito. Non può entrare nella testa degli altri.
- Serve un motivo per raccontare. Il lettore accetta quasi tutto, ma vuole sapere, anche solo in modo implicito, da quale momento e perché la storia viene raccontata.
- La voce deve reggere. Se il narratore non ha personalità, la prima persona perde il suo vantaggio e resta solo il limite. Una voce molto marcata, poi, può stancare nelle lunghe distanze.
Il limite di conoscenza, se lo usi bene, diventa un vantaggio:
Marta sorrideva. Forse era contenta, forse no. Le mani, però, non stavano ferme.
Terza persona limitata (o ravvicinata)
Qui il narratore è esterno, ma resta agganciato alla percezione di un solo personaggio per volta, di solito per una scena o un capitolo intero. Conosci pensieri e sensazioni di quel personaggio, degli altri vedi solo ciò che lui può vedere.
Elena guardò il cielo sopra il porto e pensò che sarebbe piovuto. Il padre, dietro di lei, non disse nulla: contava le reti, come ogni mattina.
È la scelta più flessibile. Ottieni gran parte della vicinanza della prima persona, ma con più libertà: puoi descrivere il personaggio dall'esterno, usare una lingua più neutra o più ricca della sua, cambiare registro senza che sembri una forzatura. Il prezzo è che la voce, se non la costruisci, tende a perdersi: serve un lavoro sul lessico e sul ritmo perché il personaggio si senta anche quando non dice «io».
Terza persona onnisciente
Il narratore onnisciente sta sopra la storia. Può spostarsi nel tempo e nello spazio, entrare nella mente di più personaggi, commentare, anticipare, spiegare.
Quella sera nessuno, nel paese, sapeva che il ponte non avrebbe retto fino all'alba. Il sindaco dormiva tranquillo; l'ingegnere, due valli più in là, aveva appena spento la luce senza sapere di avere sbagliato un calcolo.
Funziona bene nei romanzi corali, nelle saghe, nelle storie in cui il contesto conta quanto i personaggi. Ha però un rischio: la distanza. Se il narratore sa e racconta tutto, il lettore può sentirsi spettatore anziché partecipe. Funziona quando la voce del narratore è riconoscibile e ha qualcosa da dire; senza questo, rischia di sembrare una cronaca. Più che «superato», è un registro che chiede più controllo di quanto sembri.
Alternare i punti di vista
Molti romanzi si costruiscono su più punti di vista: capitoli alternati tra due o più personaggi, in terza limitata o con più «io». Permette di mostrare la stessa vicenda da angolazioni diverse e di creare tensione, perché il lettore sa cose che un personaggio ignora.
Alcune regole pratiche tengono in piedi l'alternanza:
- cambia punto di vista a ogni capitolo o a ogni stacco netto, non a metà scena;
- rendi subito riconoscibile chi sta guardando, già nelle prime righe;
- dai a ogni voce un tratto distinto, se usi più narratori in prima persona;
- chiediti se ogni punto di vista porta qualcosa di nuovo. Se due personaggi vedono e sentono le stesse cose nello stesso modo, ne basta uno.
Passato o presente
Il tempo verbale non è un dettaglio di stile: cambia il rapporto tra lettore e storia.
- Il passato è il tempo naturale del racconto. Dà l'idea di una storia già avvenuta, permette al narratore di guardare indietro, riassumere, collocare gli eventi. È flessibile e, per questo, difficile da rendere sgradevole.
- Il presente dà immediatezza: tutto accade adesso, il finale è ancora aperto. Spesso funziona bene in storie tese o intime, ma costringe a gestire con attenzione i salti temporali e le riflessioni, perché ogni cosa precedente va al passato, e il risultato può appesantire la pagina.
Apro la porta e la vedo seduta al tavolo, ferma, con il telefono in mano. Non alza gli occhi.
Chi sceglie il presente in prima persona ottiene una pagina molto vicina, quasi priva di filtro, ma perde la distanza da cui un narratore potrebbe commentare. Sulle lunghe distanze può diventare monotono se non cambi ritmo. Non è una scelta sbagliata, è una scelta che va sostenuta per tutto il libro.
Gli errori che si vedono più spesso
Salti di punto di vista nella stessa scena
In terza limitata, passare dalla testa di un personaggio a quella di un altro nel giro di poche righe disorienta il lettore. Succede spesso senza accorgersene.
Giulia entrò nella stanza e si sentì osservata. Marco la guardava con disprezzo, pensando che non sarebbe mai stata alla sua altezza.
Nella seconda frase siamo entrati nella testa di Marco. Se la scena è di Giulia, devi restare con lei:
Giulia entrò nella stanza e si sentì osservata. Marco la guardava con un'espressione che a lei parve disprezzo.
Se vuoi davvero passare da un personaggio all'altro, fallo con uno stacco chiaro, non a metà paragrafo.
Il narratore che sa cose che non può sapere
È l'errore tipico della prima persona, ma capita anche in terza limitata. Il narratore descrive pensieri o fatti a cui non ha accesso.
Dalla cucina sentii Luca pensare che avrei rovinato tutto.
Un «io» non sente i pensieri altrui. Può intuirli, dedurli, immaginarli, e dirlo: «Dalla cucina non arrivava nessun rumore, e io immaginavo Luca fermo davanti al telefono, a ripetersi che avrei rovinato tutto». Fa eccezione il narratore che racconta a distanza di tempo e dichiara di sapere ciò che ha scoperto dopo («Non sapevo che, in quel momento, mio fratello era già sul treno»): in quel caso la conoscenza in più è un patto esplicito con il lettore, non una svista.
La prima persona che riassume invece di vivere
Succede quando l'«io» racconta gli eventi dall'alto, come in un riassunto, invece di farli accadere in scena.
Quell'estate fu difficile. Litigai con mia madre, persi il lavoro e capii che non mi sentivo più a casa.
Tutto il dolore è dichiarato e nulla è mostrato. Prova a portarlo dentro una scena:
Mia madre posò il piatto con troppa cura. «Se esci adesso», disse, «non tornare per cena.» Presi la giacca. Il lavoro, a quel punto, era l'ultimo dei miei problemi.
La prima persona è tentatrice, perché sembra autorizzare a «spiegare» tutto. Funziona meglio quando mantiene la stessa concretezza della terza: azioni, dettagli, battute, e poi il filtro dell'«io» sopra.
Come scegliere in base alla storia
Non c'è una regola valida per tutti i generi, ma alcune domande aiutano.
- Che cosa deve sapere il lettore, e quando? Se il mistero dipende da ciò che un personaggio non sa, la prima persona o la terza limitata aiutano a tenere il segreto in modo naturale.
- Quanto conta la voce? Se la forza del romanzo sta nel modo di pensare e di parlare del protagonista, la prima persona è una scelta naturale.
- Quanti personaggi portano la storia? Una vicenda corale chiede più punti di vista, e quindi una terza persona (limitata alternata o onnisciente).
- Quanto è vasto il mondo? Un'ambientazione complessa, storica o fantastica, spesso trae vantaggio da un narratore che può uscire dalla testa del protagonista per spiegare, contestualizzare, mostrare.
- Quanto è lungo il libro? Una voce molto caratterizzata può affaticare su molte pagine: tienine conto, soprattutto se ti stai chiedendo quanto deve essere lungo un romanzo.
Come tendenza, il romanzo giallo e il noir si trovano spesso a loro agio con la prima persona o con la terza limitata, per il controllo dell'informazione; il romanzo storico e la saga familiare con l'onnisciente o con più punti di vista. Sono tendenze, non obblighi: conta più la coerenza con cui mantieni la scelta.
Un esercizio pratico: riscrivi una pagina
Il modo più sicuro per decidere è provare. Con una scena già scritta:
- scegli una pagina chiave, con azione e almeno un dialogo;
- riscrivila nell'altro punto di vista: da prima a terza limitata, o viceversa;
- mantieni gli stessi fatti, cambia solo chi li racconta;
- nota che cosa si perde e che cosa si guadagna: la voce, la tensione, la chiarezza, il ritmo;
- prova una terza variante cambiando solo il tempo verbale, da passato a presente;
- leggi le versioni ad alta voce e chiediti quale ti sembra più vera per questa storia.
Se hai dubbi, fai leggere le versioni senza dire quale preferisci: i beta reader possono dirti dove si sono sentiti più vicini ai personaggi e dove hanno perso il filo. Le questioni di coerenza del punto di vista sono poi tra quelle che si sistemano meglio in fase di editing del romanzo.
Come può aiutarti Agenzia Letteraria Italia
Scegliere il punto di vista è più facile quando qualcuno legge il testo per intero e ti dice dove la voce regge e dove si incrina: un salto di testa nella stessa scena, un narratore che sa più di quanto dovrebbe, una prima persona che riassume invece di far accadere le cose.
Agenzia Letteraria Italia rappresenta autori presso case editrici non a pagamento: presenta il tuo romanzo solo a editori che non chiedono soldi, contributi, acquisto di copie o servizi a pagamento. Il percorso, che trovi in come lavoriamo, si svolge nella tua area personale:
- leggiamo il manoscritto per intero e l'esito della prima lettura arriva entro 21 giorni dalla consegna; se il testo non è ancora pronto, lo diciamo, senza venderti corsi;
- facciamo editing insieme, capitolo per capitolo, con commenti a margine, anche sulla coerenza del punto di vista. L'ultima parola sul testo resta tua;
- prepariamo scheda editoriale, sinossi, profilo dell'autore ed estratti, e scegliamo le case editrici per collana e catalogo, non a caso.
Contrattiamo con gli editori giusti per il tuo manoscritto e facciamo rispettare le nostre garanzie, tra cui royalties di almeno il 15% sui ricavi dell'editore, con la base di calcolo scritta nel contratto. Decidi e firmi tu. Nessun esito è promesso in anticipo.
Se il romanzo è finito, o quasi, puoi candidare il tuo manoscritto: bastano nome ed email.
Domande frequenti
Per un esordiente è meglio la prima o la terza persona?
Non esiste una scelta migliore in assoluto. La prima persona dà una voce forte ma chiede un narratore con personalità; la terza limitata è più flessibile e perdona di più. Fai la prova con una pagina scritta nei due modi e scegli quella che rende meglio la tua storia.
Posso cambiare punto di vista nello stesso romanzo?
Sì, molti romanzi lo fanno, purché il cambio sia chiaro e coerente. Il momento più sicuro per farlo è a inizio capitolo o dopo uno stacco netto, rendendo subito riconoscibile chi sta guardando. Il problema nasce quando il punto di vista cambia a metà scena, senza che il lettore se ne accorga.
Il narratore onnisciente è superato?
No, è una scelta ancora valida, specialmente nei romanzi corali o in quelli in cui il contesto ha un ruolo importante. Richiede però una voce narrante riconoscibile, altrimenti la distanza rischia di rendere la storia fredda. Oggi si usa spesso in forme più discrete, con brevi aperture sul contesto e poi il ritorno su un personaggio.
Scrivere al presente è un problema?
Non è un problema in sé, ma è più impegnativo del passato. Il presente dà immediatezza, ma rende più scomode le riflessioni, i riassunti e i salti nel tempo, e su molte pagine può diventare monotono. Se lo scegli, mantienilo con coerenza e usa il passato solo per ciò che è davvero precedente alla scena.